


categoria:fotografia



Robert Doisneau




Paris, Texas: un non-luogo, l’errore di qualche cartografo distratto. In apparenza. Road movie dell’anima, smarrito vagare di sguardi e ricordi, cieli tersi e terreni polverosi, persone come macchine che hanno “forato” lungo il percorso della loro esistenza, brandelli di umanità dispersa in the middle of nowhere. La polvere qui nel cuore del deserto del Mojave è venuta ed è intenzionata a restarci, tu invece puoi stare o andartene, fa lo stesso (questo recita un eloquente cartello appeso ad una trave nel bar all’inizio del film). Travis è uno intenzionato a restarci. Travis (un Harry Dean Stanton mostruosamente grande) è un uomo che ad un certo punto del suo “viaggio” si è improvvisamente scoperto inadatto al ruolo che la vita gli stava confezionando addosso di marito e di padre. La percezione di un fallimento esistenziale lo ha spinto ad intraprendere la più dolorosa delle fughe. Desiderio di deserto, desiderio di “nulla”, soltanto silenzio. Una fuga a rebour, un rifiuto totale del presente, una volontaria separazione dalla realtà che prelude al desiderio di ristabilire una connessione profonda con il passato. Il passato è una vecchia fotografia di un pezzo di terra (il “suo” pezzo di terra, quello dove probabilmente i suoi genitori lo hanno concepito e quello che lui ha comprato per corrispondenza all’inizio del suo matrimonio) a Paris, Texas, USA. Scavare nella sabbia scura e limacciosa della memoria. Ripescare uno ad uno i frammenti scheggiati che compongono il quadro del nostro “essere stati” (un quadro sempre e comunque importante, perché senza quell’essere stati oggi non saremmo qui). Portare alla luce seppur con lancinante sofferenza i nodi irrisolti, gli errori commessi ed i traumi subiti, che pesano come macigni sul nostro “essere ora”. Ricomporre il nastro interrotto del vissuto per poter “essere domani” (nella estensione-proiezione di un rapporto padre-figlio). Non ci può essere futuro senza passato, non si può avere una meta senza sapere da dove è cominciato il viaggio, non è possibile scrivere una storia che abbia un bel finale senza averne scritto un inizio (e non importa se sia bello e brutto, l’importante è che sia ben presente e chiaro a noi stessi). Travis dall’incontro col figlio ritrovato e dal ricordo dei genitori trae la forza per riallacciare i rapporti con sua moglie (la bellissima Nastassja Kinski). Il suo scopo è la ricomposizione di una frantumata unità familiare. Da questa unità, una volta raggiunta, egli si chiamerà fuori. Travis è un rabdomante nel deserto, un assetato cercatore d’acqua (sollievo, conforto, verità), un Ulisse impegnato nella sua Odissea esistenziale, e come tale destinato alla solitudine. La sua dimensione è il cammino. Un silenzioso cammino.Si tratta di Sera sulla via Karl Johann, in cui l'artista dipinge i diversi passanti (in particolare si tratta di borghesi) come uomini disumanati, quasi scheletri, che sembrano seguire una marcia funebre ed egli, l'artista, un'ombra che cammina in verso opposto. Scriverà Munch nel suo diario:
"Mi ritrovai sul Boulevard des Italiens - con le lampade elettriche bianche e i becchi a gas gialli - con migliaia di volti estranei che alla luce elettrica avevano l'aria dei fantasmi"
E NON CHIEDERE NULLA
Uomini che paiono scheletri.
Occhi che sembrano chiedersi il perchè di tanti silenzi.
Solitudine .
E non chiedere nulla.

Saltare il pranzo fa male. La pausa è importantissima e non bisogna evitarla, non solo perché si andrebbe incontro a un calo di zuccheri che di fatto ridurrebbe l'efficienza sul lavoro, ma anche perché serve a staccare un attimo la spina. A dirlo è il nutrizionista Pietro Antonio Migliaccio in un commento al suggerimento di Gianfranco Rotondi, ministro per l'attuazione del programma di governo, di eliminare la pausa pranzo come ha fatto lui.
Il Ministro probabilmente non sa proprio immaginare come ,a volte, le persone siano stanche già all'ora del pranzo.
Il ministro probabilmente non immagina la vita, ad esempio, dei pendolari.
Io lo so,perchè l'ho fatto non per tantissimo tempo.Un anno intero. Però mi sembra sufficiente per poterne parlare.
Pavia Milano.Milano Pavia.
Partenza da casa alla mattina ore 6,45.
Arrivo in ufficio alle ore 8,59 dopo avere viaggiato in macchina con il freddo ,la nebbia, la pioggia oppure il sole già cocente a quell'ora.
Io alle nove del mattino praticamente mi ero già sorbita un'ora e mezzo di traffico.
Voglio vedere se lui alle lui alle 12,30 non andrebbe almeno per mezz'ora a prendersi un cappuccino o qualche cosa di caldo.
Certo non abbuffarsi.
Dopo le ulteriori quattro ore del pomeriggio, quando andava bene,ancora macchina e circa due ore di tragitto,alla sera c'è ancora piu' traffico.
Arrivo a casa ore ore 19,30.
Per cinque giorni consecutivamente.
Altro che calo di zuccheri.
Mi viene in mente questo video........per sorridere un po'.
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Jessica Bruah]